IL PANE SPEZZATO CHE RIMETTE IN CAMMINO: A SULMONA L’ALBA ORANTE DEL CONGRESSO EUCARISTICO
Nella Cattedrale di San Panfilo, la partecipata Veglia diocesana presieduta dal Vescovo Fusco. Un vibrante richiamo a farsi “Chiesa in uscita”, culminato con la simbolica consegna del pane benedetto ai fedeli.
È nel grembo silenzioso della preghiera, lontano dal clamore e dalle urgenze dell’attivismo pastorale, che la Diocesi di Sulmona-Valva ha scelto di compiere il suo primo passo. Ieri sera, sabato 10 ottobre, le navate della Cattedrale di San Panfilo hanno accolto la Veglia diocesana di apertura del Congresso Eucaristico, un momento di intensa spiritualità sapientemente organizzato dall’Ufficio Liturgico diocesano: non una mera rassegna inaugurale, ma una sosta prolungata nell’ascolto della Parola e nella contemplazione del mistero eucaristico.
A tracciare le coordinate teologiche ed esistenziali di questa densa settimana di lavori è stato il Vescovo diocesano, Mons. Michele Fusco, la cui omelia ha sapientemente intrecciato le asprezze del nostro tempo con le dinamiche salvifiche del Cenacolo. La riflessione del presule ha preso le mosse proprio da quell’ultima Cena in cui Gesù, pur avendo chiara la consapevolezza del tradimento e della solitudine imminenti, sceglie di non ripiegarsi su se stesso, tramutando al contrario la sua passione in un’offerta d’amore e in una sorgente di vita per l’umanità.
Non si tratta, tuttavia, di contemplare passivamente un evento del passato. Interpellando l’assemblea sulla scorta della domanda evangelica («Dove vuoi che andiamo a preparare la Pasqua?»), il Vescovo ha messo in guardia la Chiesa locale dal rischio dell’esteriorità: la vera sfida non risiede nell’aver organizzato incontri o mobilitato le parrocchie, bensì nel preparare un autentico spazio interiore affinché il Signore possa incontrare ciascuno. Il Congresso Eucaristico, ha avvertito, porterà frutto solo se sapremo disporci ad accogliere la presenza di Cristo, superando i nostri limiti e cercando fattivamente la riconciliazione.
In un orizzonte sociologico drammaticamente segnato, come ha ricordato il presule, da contrapposizioni, divisioni e da una latente solitudine, il pane consacrato si erge ad antidoto contro la dittatura dell’io. Amare, nell’ottica eucaristica, non si riduce a un vago sentimento estetico o a parole di circostanza, ma esige la radicalità del donarsi, del farsi vicini e del rimanere fedeli anche laddove il dono dovesse farsi sacrificio. È un dinamismo che inchioda i credenti alle proprie responsabilità civili ed ecclesiali: non è concesso inginocchiarsi dinanzi al Santissimo Sacramento per poi, una volta varcata la soglia del tempio, rifiutare il perdono, alimentare le spaccature o chiudere le porte a chi invoca accoglienza.
Affinché le parrocchie non si riducano a freddi erogatori di servizi religiosi, esse devono trasfigurarsi in case dove nessuno possa mai sentirsi estraneo, luoghi fisici e spirituali in cui la fede si traduce in fraternità e la preghiera si fa servizio. Mutuando il dettaglio narrativo dell’evangelista Marco, che descrive i discepoli in uscita verso il monte degli Ulivi dopo aver cantato l’inno, il Vescovo ha ricordato con fermezza che il Cenacolo non è una dimora in cui stabilirsi in via definitiva. L’Eucarestia deve rimettere in cammino il Popolo di Dio, inviandolo nuovamente nei gangli vitali della società: nelle famiglie per ricostruire la pazienza dell’ascolto, e nei luoghi del lavoro, della scuola e della sofferenza affinché la fede si faccia testimonianza incarnata e credibile.
A suggellare questa notte di veglia e di attesa, è risuonata nella Cattedrale l’antica e sempre nuova invocazione dei discepoli di Emmaus: «Resta con noi, Signore». Una preghiera corale affinché Cristo si faccia compagno di strada quando la fede si incrina e le comunità vacillano, con la speranza ultima che la Chiesa di Sulmona-Valva sappia diventare sempre più uno spazio di comunione in cui nessuno, perché fragile, povero o diverso, venga mai mandato via. Un mandato missionario che, al termine della solenne funzione, ha trovato la sua traduzione più plastica e toccante nel gesto conclusivo voluto dai presbiteri: la consegna a ogni fedele del pane benedetto. Un segno tangibile di quel “pane spezzato in uscita”, consegnato affinché ciascuno, tornando alle proprie case, possa farsi a sua volta frammento di carità e nutrimento di speranza per le strade del mondo.



